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Il
clima
interiore della festa di san Michele*
di Rudolf
Steiner**
1.
Il
combattimento di Michele col drago
Chi volga lo
sguardo ad antiche epoche dell’evoluzione dell’anima, deve
riconoscere come nella visione del mondo siano mutate le
immagini tanto della natura, quanto dello spirito. Non occorre
affatto guardare troppo indietro nel tempo. Ancora nel
diciottesimo secolo le forze e le sostanze della natura erano
pensate più simili allo spirituale e lo spirituale più
conforme ad immagini della natura, di quanto non avvenga oggi.
Solo in epoca più recente le rappresentazioni relative allo
spirito sono divenute del tutto astratte e quelle relative
alla natura rimandano a una materia estranea allo spirito e
impenetrabile alla visione umana. Natura e spirito sono
dunque, per l’odierno modo di intendere, due cose disgiunte e
nessun ponte sembra condurre dall’una all’altra.
È per questa
ragione che grandiose immagini cosmologiche (Weltanschauungsbilder),
che avevano un tempo il loro significato quando l’uomo voleva
comprendere la propria posizione nell’universo, sono passate
nel regno di ciò che viene sentito come fumosa fantasticheria,
una fantasticheria cui l’uomo poteva abbandonarsi, solo
fintantoché nessun bisogno di esattezza scientifica glielo
impediva.
Una simile
immagine cosmologica è quella del “combattimento di Michele
col drago”.
Tale immagine fa
parte di contenuti dell’anima che riconducono ai primordi
dell’essere umano in modo diverso da come avviene per i
contenuti odierni. Oggi, per giungere agli antenati dell’uomo
attuale, si tende a risalire ad esseri meno simili all’uomo.
Si va, procedendo all’indietro nel tempo, da esseri più
spiritualizzati ad esseri meno spiritualizzati. Un tempo
invece, per ripercorrere all’indietro il divenire dell’uomo,
si voleva pervenire a una condizione più spirituale di quanto
non apparisse quella del presente.
Si guardava a
una condizione anteriore a quella terrestre e nella quale
l’uomo, nella forma odierna, non esisteva ancora. Ci si
rappresentavano, come propri di quell’antica forma di
esistenza, esseri che vivevano in una sostanzialità più
sottile di quella dell’uomo attuale. Un essere di tale natura
era il “drago” contro cui combatte Michele. Quest’essere era
destinato ad assumere, in un’epoca posteriore, la forma umana.
A tal fine doveva attendere “il suo tempo”. Questo tempo non
doveva dipendere da lui, ma dalla deliberazione di esseri
spirituali a lui superiori. Egli avrebbe dovuto dapprima
rimettere interamente la propria volontà alla volontà di
questi esseri spirituali.
Prima del “suo
tempo” sorse però in lui la superbia. Egli volle una “volontà
propria” nell’epoca in cui doveva ancora vivere nella volontà
superiore. In ciò consistette la sua ribellione contro quella
volontà. Un’autonomia del volere in tali esseri è possibile
solo in una materia più densa di quella esistente allora. Per
persistere nella loro ribellione essi dovettero assumere una
condizione diversa da quella originaria. Alle intenzioni
ribelli dell’essere in questione non si confaceva più la vita
nella condizione spirituale in cui si trovava. I suoi simili
sentivano la sua presenza nel loro regno come una realtà
disturbatrice o addirittura distruttrice. Così sentiva
Michele. Egli, che era rimasto nella volontà degli esseri
spirituali superiori, si fece innanzi per costringere l’essere
ribelle ad assumere la forma che, nella condizione del mondo
di allora, era la sola a rendere possibile una volontà
autonoma, la forma animale — del drago o del “serpente” —.
Tipi animali superiori non esistevano ancora. Naturalmente
anche questo “drago” non veniva pensato come qualcosa di
visibile, ma di sovrasensibile.
Si presenta così
alla visione dell’anima di un’umanità più antica, il
combattimento tra “Michele e il drago”. Esso era pensato come
un fatto avvenuto prima che esistesse una natura visibile agli
occhi umani, e prima ancora che comparisse l’uomo nella sua
forma attuale.
Il mondo odierno
è derivato da quello in cui è avvenuto il fatto qui descritto.
Il regno nel quale fu risospinto il drago, è divenuto la
“natura” rivestita di una materialità che la rende visibile ai
sensi. Esso è in un certo modo il sedimento del mondo
anteriore. Il regno nel quale Michele ha serbato la propria
volontà devota allo spirito è rimasto nella sua purezza, “in
alto”, simile a un liquido dal quale si è depositata una
sostanza prima in esso disciolta. Questo regno, d’allora in
poi, sussiste come una realtà celata ai sensi.
La natura
extraumana non è tuttavia soggiaciuta al potere del drago.
Questi non poté realizzarsi in essa fino alla visibilità, ma
vi rimase come spirito invisibile, da essa distinto. La natura
invece divenne lo specchio della spiritualità superiore da cui
era decaduta.
In questo mondo
fu posto l’uomo. Egli poté aver parte sia alla natura che alla
spiritualità superiore, risultando in tal modo un essere
duplice. Nella natura stessa il drago restò privo di potere,
ma lo conseguì in compenso in ciò che nell’uomo agisce quale
natura. Ciò che l’uomo assume della natura, si esplica in lui
come brama, come desiderio animale. In questa sfera ha accesso
lo spirito decaduto. Così si spiega la “caduta dell’uomo”.
Lo spirito
ribelle è stato trasferito nell’uomo, al cui essere tuttavia
Michele è rimasto fedele. Se l’uomo si volge a quest’ultimo
con la parte del suo essere che origina dalla spiritualità
superiore, nella sua anima ha inizio allora “il combattimento
di Michele col drago”.
Ancora nei
diciottesimo secolo una simile rappresentazione era comune a
molti uomini. Per loro la natura esterna era lo “specchio
della spiritualità superiore”; la “natura nell’uomo” invece
era la sede del serpente che l’anima, in virtù della sua
dedizione a Michele, è chiamata a combattere..
In che modo
poteva guardare alla natura esterna un’anima nella quale
vivevano simili rappresentazioni? L’approssimarsi dell’autunno
doveva destare in lei il ricordo del “combattimento di Michele
col drago”. Le foglie cadono dagli alberi, la vita fiorente e
germogliante viene meno. Piacevolmente la natura ha accolto
l’uomo in primavera, e piacevolmente lo ha beneficato durante
l’estate con i doni di un sole irradiante calore. Quando
inizia l’autunno, essa non ha più nulla da dargli. Le immagini
del suo decadere penetrano nei sensi dell’uomo. Questi deve
ora darsi a partire dalla sua stessa umanità, ciò che in
precedenza gli ha donato la natura. La forza di quest’ultima
si affievolisce in lui sempre più. In virtù dello spirito egli
deve ora crearsi le forze capaci di sostenerlo là, ove la
natura è divenuta per lui impotente. Il drago perde, insieme
alla natura, il proprio potere. All’anima si presenta
l’immagine di Michele, di Michele che incalza il drago.
Michele era inattivo finché la natura, e il drago con essa,
agiva con tutto il suo potere. Coll’avanzare del freddo sorge
una simile immagine.
L’immagine
costituisce tuttavia una realtà per l’anima. È come se si
aprisse lo scenario del mondo spirituale che il calore estivo
aveva occultato.
L’uomo partecipa
al divenire delle stagioni. La primavera è benefattrice
nell’ambito terrestre; essa tuttavia irretisce l’uomo in una
dimensione, in cui l’Avversario contrappone alla bellezza
della natura il proprio potere invisibile su di lui, quale
bruttezza. All’inizio dell’autunno compare lo
spirito della “forte bellezza”, celando la natura la “propria
bellezza” e costringendo in tal modo anche l’Avversario
all’occultamento.
Tali erano i
sentimenti di molti che in tempi passati celebravano la festa
di Michele nel loro cuore. Che cosa abbia da dire in proposito
un uomo del presente che ammetta, accanto alla conoscenza
della natura, una conoscenza dello spirito, sarà argomento
delle prossime considerazioni.

2.
Il
combattimento di Michele di fronte alla coscienza
contemporanea.
Nell’immagine
del “combattimento di Michele col drago” viveva una forte
coscienza del fatto che l’uomo, in virtù delle proprie forze,
deve dare all’anima una direzione di vita che la natura non le
può dare. L’odierna disposizione dell’anima è portata a
diffidare di una simile coscienza, temendo di venire, a causa
sua, estraniata dalla natura. Essa vorrebbe godere della
natura nella sua bellezza, nella sua vita pullulante e
rigogliosa, e non farsi privare di questo godimento dalla
rappresentazione di una “caduta della natura dallo spirito”.
Vorrebbe anche nella conoscenza lasciar parlare la natura e
non perdersi nel fantastico con l’accordare ad uno spirito,
che si elevi al di sopra della natura, una voce
nell’aspirazione alla verità.
Goethe non ebbe
un simile timore. Di certo egli non sentiva nella natura nulla
di estraneo allo spirito. Il suo animo si apriva largamente
alla bellezza, all’interiore forza di tutto ciò che è
naturale. Nella vita umana lo impressionavano le disarmonie,
le lacerazioni, le tante cose che inducono al dubbio. Di
contro a ciò, egli sentiva un impulso interiore a vivere
secondo l’eterna coerenza ed armonia della natura. Da una
simile vita egli ha tratto magicamente alcune perle luminose
della sua arte.
In lui vi era
però anche la vaga sensazione, che l’opera dell’uomo debba, in
virtù di una creazione originale, compiere l’opera della
natura. Egli sentiva tutta la bellezza contenuta in una
pianta, ma sentiva altresì qualcosa di incompiuto nella vita
di natura che essa manifesta all’uomo. Vi è maggior pienezza
d’essere in ciò che nella pianta opera e tesse interiormente,
che nella limitata figura di essa, quale appare ai nostri
occhi.
Accanto a ciò
che la natura riesce a conseguire, Goethe avvertiva anche
qualcosa di paragonabile alle “intenzioni del la natura”. Che
con una simile rappresentazione si volesse personificare la
natura, ciò era per lui un fraintendimento. Egli era
consapevole che tali intenzioni nel mondo vegetale non erano
create dal gioco arbitrario della sua fantasia, ma da lui
vedute in modo del tutto oggettivo, così come può essere
veduto il colore del fiore.
Per questa
ragione egli provò irritazione quando Schiller definì
l’immagine della tendenza evolutiva della pianta, che egli
aveva abbozzato con pochi tratti sotto i suoi occhi, una
“idea” e non una “esperienza”. Ribatté allora all’amico che se
era una “idea”, egli vedeva appunto le sue idee con gli occhi,
come con gli occhi percepiva le forme e i colori.
Goethe aveva
appunto la sensazione che nella vita della natura non vi è
soltanto una tendenza ascendente, ma anche una discendente.
Egli sentiva il germogliare, il crescere, il fiorire e il
fruttificare, ma sentiva altresì l’appassire, lo scolorire, il
disseccarsi e il morire. Sentiva la primavera, ma anche
l’autunno. In estate poteva, con il suo animo, partecipare
alla vita della natura in pieno sviluppo, ma con animo
altrettanto aperto poteva partecipare alla sua morte.
Nelle opere di
Goethe non si troverà questo duplice sentimento della natura
espresso integralmente a parole. Si può tuttavia avvertirlo in
tutto il suo atteggiamento dell’anima. In esso vi era ancora
un’eco dell’antico sentire relativo al “combattimento di
Michele col drago”. Questo sentire era però sollevato alla
coscienza dell’uomo moderno.
L’atteggiamento
dell’anima di Goethe non ha avuto nessuno sviluppo in questa
direzione nel corso del diciannovesimo secolo. La più recente
concezione dello spirito deve però tendere ad un simile
sviluppo.
Il sentimento
della natura non è completo, se l’uomo con la sua interiorità
prende parte solo al germogliare, crescere, fiorire,
fruttificare; egli deve possedere un senso anche per lo
sfiorire, il morire. Per tal via egli non si rende estraneo
alla natura: come non si chiude alla sua primavera e alla sua
estate, così è capace di sentire anche il suo autunno e il suo
inverno.
La primavera e
l’estate esigono dedizione dell’uomo alla natura: l’uomo esce
da se stesso e si familiarizza con la natura. L’autunno e
l’inverno spingono a ritirarsi nell’elemento umano e a
contrapporre alla morte della natura la resurrezione delle
forze dell’anima e dello spirito. La primavera e l’estate sono
i periodi della coscienza naturale dell’anima umana; l’autunno
e l’inverno quelli in cui si desta il sentimento
dell’autocoscienza umana.
Quando giunge
l’autunno, la natura trasferisce la sua vita nelle profondità
della terra, sottraendo la ricchezza del suo germogliare e
fruttificare alla vista dell’uomo. In ciò che essa offre allo
sguardo non v’è compimento, ma speranza: la speranza di una
nuova primavera. La natura lascia l’uomo solo con se stesso.
Inizia allora il
periodo in cui egli, in virtù delle proprie forze, deve
dimostrare a se stesso, che egli vive e non muore. La natura
estiva ha detto all’uomo: io accolgo il tuo “lo” e lo faccio
fiorire, insieme con i fiori stessi, nel mio grembo. La natura
autunnale ammonisce l’uomo: raccogli forze dalla profondità
della tua anima, affinché il tuo Io viva in se stesso, mentre
io celo la mia vita nelle profondità della terra.
Goethe rimase
indignato, allorché il suo sentimento s’imbatté nella frase di
Haller: “All’interno della natura non penetra alcuno spirito
creato; beato colui cui essa mostra l’esterna scorza”. Goethe
sentiva: “La natura non ha né nocciolo, né scorza, essa è
tutto in una volta”¹.
La natura
necessita del morire per vivere. Questo morire l’uomo lo può
sperimentare. In tal modo penetra solo più profondamente all’interno
della natura. Egli, all’interno del proprio organismo,
sperimenta la respirazione e la circolazione sanguigna. Essi
sono la sua vita. Ciò che a primavera germoglia nella
natura gli è familiare come la sua stessa respirazione: esso
attira l’anima verso la coscienza della natura. Ciò che in
autunno muore non gli è più estraneo di quanto non gli sia la
circolazione del suo sangue: esso tempra nella sua interiorità
l’autocoscienza.
La festa
dell’autocoscienza, che fa comprendere all’uomo la sua vera
umanità, giunge quando cadono le foglie. All’uomo occorre solo
prenderne coscienza. La festa di San Michele è la festa del
primo autunno. L’immagine di Michele vittorioso è appropriata:
essa vive nell’uomo che durante l’
estate si è effuso amorevolmente nella natura, ma che dovrebbe
smarrire il suo centro di gravità, se dall’abbandono alla
natura non potesse elevarsi al rafforzamento del proprio
essere spirituale.
* da " Discepoli nella luce di Michele" di Ita Wegman, ed.
TreUno
** I due articoli
qui riportati in traduzione italiana, apparvero nei numeri del
30 settembre e 7 ottobre 1923 della rivista Das Goetheanum,
rispettivamente coi titoli ‘Der Streit Michaels mit dem
Drachen” e “Der Michaelstreit vor dem Bewusstsein
der Gegenwart”. Sono ora contenuti nel volume Der
Goetheanumgedanke inmitten der Kulturkrisis der Gegenwart (O.O.
n. 36), pp. 338-345 della 1° edizione, Dornach 1961.
¹
La frase del naturalista Alhrecht von Haller (1708-1777), è
tratta una poesia didascalica intitolata “Falschheit
menschlicher Tugenden” e contenuta nel volume Versuch
schweizerischer Gedichte del 1732. La replica di Goethe si
trova nello scritto “Freundlicher Zuruf” (Amichevole appello),
da lui pubblicato nella raccolta Zur Morphologie del
1820.
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